OLTRE L'INVERNO

Tornare ai poveri che nessuno vuole

La rinascita dei carismi attraverso le nuove periferie

Ogni fondatore ha incontrato Cristo in un volto preciso: San Francesco lo ha incontrato nel lebbroso; San Vincenzo de’ Paoli nei poveri delle campagne francesi; San Giovanni Bosco nei ragazzi abbandonati delle periferie di Torino. Così fu anche per San Luigi Guanella che incontrò il Signore nelle persone che nessuno riteneva degne di attenzione: gli anziani, i disabili, gli orfani, i poveri senza casa, gli “ultimi” della società del suo tempo.

Nessuno di loro è partito con l’idea di fondare una congregazione. Sono partiti da un incontro; un incontro che ha cambiato il loro modo di guardare il mondo.

Forse anche noi, oggi, siamo chiamati a ricominciare da lì.

Quando i poveri cambiano volto

Le povertà non sono mai identiche perché ogni epoca genera i propri esclusi. Nell’Ottocento erano gli orfani, gli analfabeti, gli emigranti, i malati senza assistenza. Oggi molti di quei bisogni trovano risposte, almeno in parte, nelle istituzioni pubbliche e nei servizi sociali. Ma questo non significa che i poveri siano diminuiti. Significa che sono cambiati.

Oggi incontriamo persone consumate dalla solitudine, giovani incapaci di immaginare il proprio futuro, famiglie spezzate, padri separati che hanno perso casa, affetti e dignità, anziani che muoiono senza relazioni, persone con fragilità psichiche, detenuti che, una volta usciti dal carcere, non trovano nessuno disposto a fidarsi di loro, migranti che vivono ai margini, persone dipendenti da droghe, gioco o tecnologia.

E poi esiste una categoria ancora più nascosta: quella di coloro che nessuno vuole.

Gli scarti degli scarti

Papa Francesco ha parlato spesso della “cultura dello scarto”, ma forse oggi siamo chiamati a guardare ancora oltre.

Esistono gli scarti degli scarti, persone verso cui persino chi opera nel sociale fatica ad avvicinarsi: coloro che hanno già fallito molte volte; chi porta sulle spalle una storia giudiziaria; chi ha perso la fiducia di tutti; chi non offre alcuna garanzia di riuscita… Sono proprio queste persone che rischiano di rimanere senza nessuno.

Ed è proprio qui che il Vangelo continua a sorprendere perché Gesù non è mai andato dove tutti erano già presenti ma ha scelto le periferie, ha cercato gli esclusi, a iniziato dagli ultimi.

Dove nascerebbe oggi Don Guanella?

È una domanda che ogni congregazione dovrebbe avere il coraggio di porsi. Se San Luigi Guanella arrivasse oggi nel nostro Paese, dove inizierebbe? Fonderebbe innanzitutto nuove strutture? Oppure passerebbe il suo tempo ad ascoltare le nuove forme della povertà?

Probabilmente farebbe ciò che ha sempre fatto: si lascerebbe ferire dalla realtà. Prima di progettare, guarderebbe; prima di costruire, ascolterebbe; prima di organizzare, condividerebbe la vita delle persone.

I fondatori non hanno creato opere perché avevano un piano ma hanno creato opere perché si sono lasciati inquietare dalla compassione.

Non cercare i poveri. Lasciarsi trovare.

Esiste una differenza importante: possiamo organizzare iniziative per i poveri oppure possiamo scegliere di vivere abbastanza vicini perché siano loro a cambiare noi.

Il rischio di ogni istituzione è quello di offrire servizi senza lasciarsi più evangelizzare dai poveri.

I fondatori, invece, sono stati convertiti dagli ultimi. Non hanno soltanto dato qualcosa ma hanno ricevuto una nuova comprensione del Vangelo.

I poveri non sono destinatari della missione, sono maestri della missione. Ci ricordano continuamente ciò che èessenziale.

Le nuove periferie chiedono fraternità

Molte delle nuove povertà non chiedono soltanto assistenza, chiedono appartenenza. Un detenuto che termina la pena ha bisogno di una casa, ma ancora di più ha bisogno di qualcuno che creda ancora in lui. Un padre separato cerca un alloggio, ma soprattutto cerca di non sentirsi definitivamente sconfitto. Un giovane smarrito non domanda soltanto orientamento, cerca qualcuno disposto a camminare accanto a lui.

Molte delle povertà contemporanee non possono essere affrontate soltanto con servizi, richiedono relazioni, richiedono comunità, richiedono fraternità.

La profezia della prossimità

Forse il futuro della vita consacrata non passerà dall’apertura di nuove grandi opere ma dalla capacità di abitare luoghi dove pochi desiderano andare: quartieri dimenticati, carceri, case famiglia, appartamenti condivisi. Piccole fraternità immerse nella vita ordinaria. Luoghi dove la presenza conta più dell’efficienza.

La nostra epoca non ha bisogno soltanto di professionisti della solidarietà ma bisogno di uomini e donne che abbiano il coraggio di condividere la vita.

Tornare alla sorgente

Ogni carisma nasce da un incontro tra il Vangelo e una ferita dell’umanità.

Quando quel contatto si indebolisce, il carisma rischia di diventare autoreferenziale. Quando invece torna ad abitare le periferie, ritrova la sua giovinezza.

Non perché i poveri abbiano bisogno dei religiosi, ma perché i religiosi hanno bisogno dei poveri.

Sono loro che impediscono al Vangelo di diventare teoria. Sono loro che ci costringono a distinguere ciò che èessenziale da ciò che è accessorio. Sono loro che ci riportano continuamente a Cristo.

Una Chiesa che ricomincia dagli ultimi

Forse la rinascita della vita consacrata non inizierà nei grandi convegni né nei capitoli generali. Inizierà quando qualche piccola fraternità avrà il coraggio di abitare una periferia dimenticata, quando sceglierà di vivere accanto a chi nessuno vuole, quando preferirà condividere la vita piuttosto che moltiplicare le attività.

Perché ogni volta che la Chiesa ha ricominciato dagli ultimi, ha ritrovato anche sé stessa.

E forse il futuro dei nostri carismi non dipenderà anzitutto da ciò che sapremo conservare, ma da coloro accanto ai quali avremo il coraggio di vivere.

6 risposte a “Tornare ai poveri che nessuno vuole”

  1. Grazie per questo articolo vero e profondo, estenderei questa impostazione anche alla pastorale delle nostre chiese e parrocchie, forse riusciremmo a costruire una società più matura e consapevole, più solidale e in dialogo con tutte le realtà di povertà.

  2. Grazie, molto vero. Abbiamo bisogno di crederci noi per primi, lasciarci interrogare per viverlo nella nostra quotidianità. Questo è ciò che il Signore ci fa capire, chiediamo a Lui la forza e il coraggio di essere “veri” testimoni! G

  3. Questo articolo e stando questi giorni a Gualdera e nei luoghi abitati da Luigi, mi ricordano che la carità non è questione di efficienza, ma di sguardo. Don Guanella non ha iniziato costruendo opere: ha iniziato lasciandosi ferire dai volti che incontrava. Anche per noi laici la via è la stessa.La fraternità è la nostra forma di carità: credere in qualcuno quando nessuno lo fa più, camminare accanto senza voler risolvere tutto, condividere la vita con gesti semplici — un caffè, una telefonata, una presenza. È così che il Vangelo arriva dove si vive, non solo dove si organizza. Mi piace leggerti condividendo gli spunti per le congregazioni e non solo. Provo a farli passare davanti e dentro la mia identità di guanelliano laico cooperatore. Per un laico non si tratta di fare di più, ma di guardare meglio, di lasciarsi inquietare, di non anestetizzare il cuore. Non dobbiamo aspettare grandi iniziative né che qualcuno organizzi qualcosa: la carità guanelliana comincia da una persona, un volto, un incontro.La domanda che l’articolo mi consegna è decisiva:
    Chi, nella mia vita quotidiana, è colui che nessuno vuole?La risposta non è un progetto, ma una disponibilità. È scegliere di restare accanto alle periferie che già abitano le nostre giornate. È lì che il carisma rinasce.

  4. dovere dell’aiuto:
    Viene dall’importanza di superare l’indifferenza generale per restituirgli dignità e supporto a chi è invisibile agli occhi della comunità…

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