OLTRE L'INVERNO

Non occupare spazi, ma aprire strade nuove

Dopo aver letto il testo integrale dell’omelia pronunciata da fr. Goffredo, priore della Casa della Madia, al funerale di fr. Enzo Bianchi, mi ha particolarmente colpito un passaggio nel quale viene ricordata una delle intuizioni originarie che hanno caratterizzato la fondazione della Comunità di Bose:

«Un monachesimo fatto da semplici battezzati, spogliato dalle incrostazioni religiose e clericali. Amavi ripetere le parole di Pacomio: “Siamo soltanto semplici laici…”, e hai vissuto come un tradimento della tua intenzione originaria quando hai visto la tua creatura diventare una comunità di religiosi».

Sono parole forti, che raccontano qualcosa di molto profondo dell’esperienza di fr. Enzo Bianchi e della sua ricerca di un monachesimo genuino: una vita evangelica fondata anzitutto sul battesimo, sulla centralità della Parola di Dio, sulla preghiera e sulla fraternità, prima ancora che su una particolare configurazione religiosa o clericale.

Questo passaggio mi ha fatto pensare anche alla condizione attuale della vita consacrata e alla distanza che, talvolta, può crearsi tra l’intuizione originaria di un carisma e la forma istituzionale che esso assume nel corso del tempo.

All’origine vi è quasi sempre qualcosa di semplice e incandescente: uomini e donne raggiunti dal Vangelo, affascinati da Cristo e desiderosi di vivere insieme la fraternità, la preghiera, l’ascolto della Parola e il servizio dei poveri. Solo successivamente arrivano le strutture, le definizioni canoniche, le opere, le competenze e gli incarichi. Tutto questo può essere necessario per custodire il dono ricevuto; ma può anche, lentamente, finire per appesantirlo o nasconderlo.

Il problema, naturalmente, non consiste nell’essere religiosi o sacerdoti. Nasce quando l’identità religiosa viene assorbita quasi completamente da quella clericale; quando la consacrazione non appare più come una particolare forma evangelica di vita, ma viene identificata prevalentemente con il ministero, con il ruolo ricoperto o con l’incarico ecclesiastico esercitato.

Una parte della vita religiosa maschile appare oggi non soltanto clericalizzata, ma persino “diocesanizzata”. Di fronte alla diminuzione del clero, molti istituti vengono chiamati a occupare gli spazi parrocchiali rimasti vuoti. Si assumono parrocchie, si garantiscono celebrazioni, si amministrano strutture, si sostituiscono sacerdoti mancanti.

È certamente un servizio generoso alla Chiesa, che non deve essere giudicato con superficialità. Esso contiene, tuttavia, anche un rischio: trasformare progressivamente i religiosi in una forza ausiliaria delle diocesi, allontanandoli dalla missione specifica per la quale il loro carisma è nato.

La domanda decisiva, allora, non può essere soltanto: «Dove c’è bisogno di un sacerdote?». Dovrebbe diventare: «Quale bisogno del nostro tempo interpella oggi il nostro carisma? Dove il Vangelo ci chiede di essere presenti in un modo che forse nessun altro può esprimere come noi?».

Tornare alle origini non significa compiere un’operazione nostalgica o archeologica. Non si tratta di riprodurre materialmente ciò che i fondatori hanno fatto, ma di ritrovare il fuoco dal quale sono partiti.

I fondatori non hanno semplicemente occupato spazi rimasti liberi: hanno aperto strade nuove. Non si sono limitati a sostenere ciò che già esisteva: hanno saputo vedere bisogni che altri ancora non riuscivano a riconoscere. Sono andati verso le periferie umane, spirituali e sociali del loro tempo, dando una risposta evangelica originale.

Forse la crisi attuale della vita religiosa può diventare un’occasione provvidenziale. La diminuzione delle forze ci obbliga a domandarci non soltanto quali opere riusciremo ancora a mantenere, ma che cosa siamo veramente chiamati a essere. Potremmo scoprire che non tutto ciò che abbiamo accumulato appartiene al cuore del carisma e che alcune strutture, pur gloriose e ricche di storia, sono ormai diventate troppo pesanti per permettergli di respirare.

La profezia della vita consacrata non dipende dal numero delle opere né dall’ampiezza degli incarichi ecclesiastici. Nasce dalla capacità di mostrare che il Vangelo può ancora diventare una forma concreta di vita: uomini e donne che mettono Dio al centro, condividono realmente l’esistenza, scelgono la sobrietà, costruiscono fraternità e accolgono coloro che non trovano posto altrove.

Prima di essere sacerdoti, religiosi, responsabili di comunità o amministratori di opere, siamo semplicemente battezzati: discepoli convocati dalla Parola e radunati attorno al Signore. Ritornare a questa sorgente non impoverisce la consacrazione, ma le restituisce verità, freschezza e libertà.

La vita religiosa ritroverà smalto, forza e vigore non quando riuscirà a occupare tutti gli spazi lasciati vuoti, ma quando avrà il coraggio di lasciare quelli che non le appartengono più, per tornare nei luoghi nei quali il carisma può sprigionare tutta la sua forza evangelica e profetica.

Non siamo chiamati semplicemente a sostituire ciò che viene meno.

Siamo chiamati a far nascere ciò che ancora non c’è.

7 risposte a “Non occupare spazi, ma aprire strade nuove”

  1. Bello! Non si devono occupare spazi, ma si devono trovare alcuni elementi che danno vita nuova a spazi ulteriori.

  2. Grazie don Domenico per le tue riflessioni a partire dall’omelia al funerale di Fratel Enzo.
    Provo a reagire di getto.
    Tu dici di riscoprire il carisma iniziale di ogni intuizione religiosa.
    Questo vale anche per noi preti: ritornare all’origine della nostra vocazione.
    Ma al fondamento di ogni scelta tu ci ricordi che c’è il battesimo.
    E ciò non può non portare a riscoprire la responsabilità dei laici nel vivere da protagonisti la Chiesa.
    Da decenni parliamo di questo.
    Fratel Enzo ha trovato una sua strada.
    Forse c’è stata una involuzione nella Comunità di Bose.
    Certamente noi preti non abbiamo ancora trovato strade significative per formare i laici e renderli protagonisti.
    La stagione di Chiesa che stiamo vivendo, oltretutto, mi pare che stia scordando gli insegnamenti del Concilio Vaticano II.
    Restano anche inascoltati i tanti appelli di Papa Francesco a non cadere nella clericalizzazione, e forse anche ad una forma di ministero un po’ borghese e quindi inevitabilmente un po’ spento.
    Grazie di queste tue provocazioni.

  3. Grazie a te d. Maurizio per questa riflessione, che raccoglie e amplia bene la provocazione dell’articolo.
    È vero: il ritorno alle origini non riguarda soltanto la vita religiosa, ma anche il ministero presbiterale e, prima ancora, ogni vocazione cristiana. Alla radice non vi è anzitutto un ruolo, uno stato di vita o una funzione ecclesiale, ma il Battesimo, che ci rende tutti discepoli e membra responsabili dell’unico popolo di Dio.
    Forse il passaggio che ancora fatichiamo a compiere è proprio questo: non soltanto “formare” i laici perché collaborino con noi sacerdoti, ma riconoscere pienamente la loro vocazione, la loro responsabilità e la loro capacità di aprire strade nuove nella Chiesa e nel mondo. Non si tratta di concedere loro qualche spazio, ma di camminare insieme in una reale corresponsabilità.
    Non so se si possa parlare propriamente di un’involuzione di Bose; certamente la vicenda mostra quanto sia difficile custodire nel tempo la freschezza di un’intuizione originaria, senza lasciarla irrigidire in forme e strutture che finiscono per prevalere sul carisma.
    La tua osservazione sul rischio di un ministero clericale, borghese e un po’ spento mi pare molto pertinente. Il ritorno al Vangelo e al Concilio non è nostalgia del passato, ma la condizione per ritrovare oggi libertà, passione e capacità generativa. Grazie davvero d. Maurizio per aver prolungato e approfondito la riflessione.

  4. Sono d’accordo con te sul bisogno di trovare nuove strade di servizio ai fratelli, libere da sovrastrutture che ostacolano l’annuncio del Vangelo e lo annebbiano.
    Uniti in preghiera camminiamo secondo la Sua volontà!
    In Lui

  5. Aprire strade nuove e andareverso le periferie umane è una spinta esaltante a cui lo Spirito ci invita..
    Solo facendoci guidare dallo Spirito Santo e ascoltando profondamente il Vangelo potremo comprendere e discernere le vie nuove a cui siamo chiamati e costruir fraternità capaci di accogliere coloro che non trovano posto altrove.
    Io, religiosa sono prima di tutto una discepola di Gesù che seguendo il Vangelo e ascoltando lo Spirito Santo mi sento spinta ad aprire strade nuove facendomi carico dell’uomo e della donna di oggi con i propri limiti
    E le loro povertà.
    Si è necessario discernere gli spazi in cui non è più necessaria la nostra presenza e avere il coraggio di aprire strade nuove….Una vera sfida…

  6. Non siamo chiamati semplicemente a sostituire ciò che viene meno.

    Siamo chiamati a far nascere ciò che ancora non c’è.

    Bellissimo, profondo, entusiasmante e vero 👍🏾😘

  7. Mi è piaciuta moltissimo la tua riflessione, può toccare ogni cristiano nel proprio ambito di vita. E’ una provocazione per una revisione della propria vita e rimettersi seriamente in gioco: un ritorno all’essenziale, uno scrollarsi di sovrastrutture che col tempo si sono venute a formare

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