OLTRE L'INVERNO

Comunità aperte e non autoreferenziali

La casa religiosa come luogo di incontro

Esiste una domanda che, forse, ogni comunità religiosa dovrebbe avere il coraggio di porsi.

Se domani chiudessimo la porta della nostra casa, chi se ne accorgerebbe?

La domanda può sembrare provocatoria, ma tocca il cuore della nostra identità.

Ci sono comunità che svolgono moltissime attività eppure rimangono sconosciute al territorio in cui vivono. Ci sono case religiose perfettamente organizzate, ma attraversate da poche relazioni autentiche. Ci sono fraternità impegnate in mille servizi, ma raramente percepite come luoghi nei quali sia possibile entrare, fermarsi, condividere la vita.

Forse una delle conversioni più profonde che la vita consacrata è chiamata a vivere riguarda proprio il modo di abitare le proprie case.

 

Dalle opere alle case

Per oltre un secolo le nostre opere sono state il principale punto di contatto con il mondo.

La scuola, l’ospedale, la casa di riposo, l’oratorio, la missione, il centro per disabili, il collegio… Le persone incontravano il carisma entrando in queste realtà.

Oggi molte di esse sono cambiate, alcune sono passate ai laici, altre sono state ridimensionate.

Che cosa rimane?

Rimane la casa. Rimane la fraternità. Rimane la comunità. E forse proprio questo è il luogo che il Signore ci invita a riscoprire.

 

La casa di Betania

Nel Vangelo esiste una casa che Gesù frequentava con particolare gioia: la casa di Marta, Maria e Lazzaro.

Betania non era un tempio, non era una sinagoga, non era un luogo ufficiale. Era una casa, un luogo dove Gesù trovava amicizia, riposo, dialogo e ascolto.

Forse ogni comunità religiosa dovrebbe domandarsi: Le nostre case assomigliano più a un ufficio o a Betania?

Sono luoghi dove le persone vengono ricevute? Oppure sono luoghi dove le persone si sentono attese?

Perché esiste una grande differenza.

 

La porta come simbolo

Ogni casa religiosa possiede una porta. Può sembrare un dettaglio architettonico in realtà è un simbolo spirituale.

Una porta può servire a proteggere ma può anche diventare un invito.

Il problema non è se le nostre case abbiano una porta. Il problema è quale messaggio quella porta comunica.

Dice: “Qui viviamo noi.”

Oppure dice: “Qui puoi trovare una famiglia.”

Le persone non cercano semplicemente edifici aperti, cercano cuori aperti.

 

L’autoreferenzialità: la malattia silenziosa

Papa Francesco parlava spesso dell’autoreferenzialità come di una delle tentazioni più gravi della Chiesa. Anche le comunità religiose non ne sono immuni.

L’autoreferenzialità nasce quando una comunità comincia a vivere principalmente per sé stessa. Quando le energie vengono assorbite quasi esclusivamente dalla gestione interna. Quando le conversazioni riguardano soltanto problemi organizzativi. Quando la preoccupazione principale diventa conservare ciò che già esiste.

Una comunità può continuare ad avere molti impegni e, nello stesso tempo, diventare progressivamente chiusa, perché non è la quantità delle attività a renderci aperti ma è la qualità delle relazioni.

 

Una fraternità che genera incontro

Una fraternità autentica possiede una caratteristica particolare: genera naturalmente incontro. Non perché organizza continuamente eventi ma perché chi vi entra percepisce qualcosa di diverso.

Si sente accolto, ascoltato, rispettato, amato.

Le persone non ricordano soltanto quello che una comunità fa, ricordano soprattutto come si sono sentite quando vi sono entrate.

Forse questa è una delle forme più profonde di evangelizzazione.

 

Ospitalità come stile di vita

La tradizione monastica ha sempre considerato l’ospitalità una dimensione essenziale della vita spirituale.

San Benedetto scriveva che ogni ospite va accolto come Cristo. Non era una semplice regola di cortesia, era una visione del Vangelo.

Anche oggi l’ospitalità può diventare una delle forme più profetiche della vita consacrata, non soltanto offrendo una stanza ma offrendo tempo, ascolto, silenzio, preghiera, condivisione della tavola.

Molte persone non cercano soluzioni immediate, cercano luoghi nei quali sentirsi a casa.

 

Una casa abitata dal Vangelo

Che cosa rende diversa una casa religiosa da qualsiasi altra comunità?

Non i muri, non gli arredi, non la storia. Ciò che la rende diversa è il Vangelo vissuto.

Quando si entra in una casa religiosa dovrebbe essere possibile respirare qualcosa che altrove è difficile trovare: la pace, la gratuità, la fraternità, la semplicità, la gioia.

Non perché chi vi abita sia perfetto, ma perché tutti stanno imparando a mettere Cristo al centro.

 

La comunità come primo annuncio

Per molto tempo abbiamo pensato che il primo annuncio fosse la predicazione. Oggi forse dobbiamo riscoprire una verità antica. Il primo annuncio è una comunità che vive il Vangelo.

Prima ancora di ascoltare una conferenza, le persone osservano come ci salutiamo, come ci parliamo, come affrontiamo i conflitti, come preghiamo, come condividiamo i pasti, come trattiamo chi arriva.

La fraternità diventa così il primo testo che il mondo legge ed è un testo che non può essere sostituito da nessun progetto pastorale.

 

Case che generano Chiesa

Forse il futuro della vita consacrata passerà attraverso case meno grandi, ma più vive. Case dove i giovani possano fermarsi per una cena, dove una famiglia in difficoltà trovi ascolto, dove un sacerdote possa ritrovare respiro, dove un detenuto in cammino di reinserimento non sia accolto come un problema, ma come un fratello, dove un anziano possa raccontare la propria storia, dove la preghiera sia condivisa con semplicità, dove nessuno si senta ospite.

Ma tutti possano sentirsi parte di una famiglia.

Non saranno queste case a risolvere tutti i problemi della Chiesa ma potranno ricordare a molti che il cristianesimo, prima di essere un’organizzazione, è un incontro.

 

Tornare al Cenacolo

All’inizio della Chiesa non c’era una struttura complessa, c’era una casa. Un gruppo di persone raccolte attorno al Signore risorto. Una porta chiusa per paura, che lo Spirito trasforma in una porta spalancata sul mondo.

Forse anche le nostre comunità sono chiamate a vivere la stessa Pasqua: passare da case che custodiscono ciò che resta a case che generano futuro.

Perché una casa religiosa diventa davvero feconda non quando è piena di persone ma quando chiunque vi entri possa dire: “Qui ho incontrato il Vangelo.”

 

Una suggestione conclusiva

Mi permetto di aggiungere una riflessione che mi sembra molto in sintonia con l’esperienza che sto vivendo.

La categoria più feconda potrebbe non essere più quella di “opera”, ma quella di “casa”.

L’opera risponde a un bisogno, la casa genera appartenenza.

L’opera offre un servizio, la casa costruisce relazioni.

L’opera può essere affidata ad altri, la casa è insostituibile.

Forse il futuro della vita consacrata sarà meno identificato dalle opere che gestisce e più dalle case che sa abitare. E questo, in fondo, è profondamente guanelliano: Don Guanella parlava di Casa, non semplicemente di istituzioni. La “Casa” è il luogo dove il povero non trova soltanto un servizio, ma una famiglia. Ed è proprio questa intuizione che oggi potrebbe rivelarsi sorprendentemente profetica.

20 risposte a “Comunità aperte e non autoreferenziali”

  1. In questi tempi dobbiamo più che mai testimoniare il Vangelo predicare si, ma testimoniare con l’esempio della ns vita. Grazie don Domenico

  2. Per esperienza personale.
    un luogo in se per sé ,non rappresenta molto , ma le persone che lo vivono possono donargli una dimensione umana .
    Nei momenti dove nulla contava , dove il rumore del modo diventa assordante , ho trovato ristoro in una comunità che neanche conoscevo condividevo con loro solo l’amore per Dio , ma giorno dopo giorno condividendo con loro gli stessi spazi abitudini di vita e lavoro , mi sono accorto che quel posto non era più un semplice posto era casa e chi lo abitava non erano coloro che mi ospitavano ma erano famiglia . Le persone attorno a me avevano trasformato un luogo in amore la missione in uno stile di vita con Dio come guida ..
    Be lì non si tratta solo di accoglienza o di un luogo , per me è casa e tutte le volte che posso torno a quel ristoro che mi ha dato tanto a cui spero di aver lasciato qualcosa di me .

  3. Una grande intuizione! Il ritorno ad una dimensione più intima permette di relazionarci, accogliere, discutere e confrontarsi nel rispetto reciproco, guidati dall’ Amore cristiano che anima le case rendendole luoghi aperti alla Vita

  4. Condivido questo pensiero le persone desiderose di conoscere realtà di vita consacrata ,hanno bisogno di calore fraterno testimoniato con l’esempio ,accoglienza ,vicinanza senza preconcetti mi piace il termine Casa.Concludo con questa riflessione ,la mentalità mondana trovando all’interno delle comunità il sapore di Cristo inteso come amore e donazione alla persona nella sua globalità ,sarà da specchio al messaggio evangelico amatevi come io vi ho amato .al contrario trovando all’interno delle comunità freddezza ,pregiudizio mentalità mondana solo di gestione e calcolo ,produrrà allontanamento .

  5. Molto vero e importante!
    Deve diventare nostro “programma di vita” Da soli è difficile ma se ci crediamo concretamente camminando “insieme” il Signore ci darà la chiave giusta e il Suo aiuto!!!
    Grazie!

  6. Molto bella, molto profonda la riflessione. Si fa sempre più urgente un ri-dimensione delle opere, non (solo) nel senso in cui se ne parla da decenni, ma proprio nel senso di dare, cercare, creare una dimensione nuova, altra, alle stesse, nel solco carismatico, capace di segnare il passaggio dall’Opera, dalle opere alla… “Piccola Casa”.

  7. Importante e vero ,non possiamo dimenticare i poveri che nessuno vuole.vivendo la Parola del Vangelo con l’ aiuto del Signore e camminando con Lui potremo passare dalle opere alla Casa.

  8. Piccola casa che si abita,
    qui viviamo non esprime chiusura-confine rigido…
    Qui puoi trovare una famiglia.
    E la porta aperta a cui pensava Papa Francesco quando invitava i poveri di affetto e vicinanza.
    Se chiude si avverte un vuoto di relazioni, calore e umanità..

  9. Il passaggio da Opera a Casa è davvero il futuro in cui credo: la centralità delle relazioni raccogliersi reciprocamente e aprirsi all’accoglienza di chi bussa alle ns porte col cuore aperto è ciò che di più bello potremmo realizzare per il vero bene dell’uomo e della donna di oggi. Essere casa Betania sarebbe l’autentica realizzazione dell’accoglienza. Vivere concretamente il vangelo e testimoniarlo così è vivere una vita consacrata vera, vitale, piena e felice.Dio ci aiuti…

  10. È fortissimo questo scritto perché è semplice e così vero. L’esigenza di essere accolti per quello che si è e la possibilità di essere importanti nelle piccole cose che servono agli altri crea un’energia calda che fa stare subito bene. Oggi a pranzo guardavo i tavoli, tante persone, tutte diverse e tutte uguali. Medici, ragazzi, preti, chi è arrivato e chi è in cammino, chi è confuso e chi è certo, si mangia insieme, si ascoltano tanti episodi di vita, si ride delle nostre piccolezze eppure messe insieme queste diventano dono. La porta si attraversa ma quando si entra è strano ma ti viene voglia di girarti e di invitare chi è fuori a fare la stessa cosa. Entrare e condividere. Esempio di poter essere uniti in una società che preme per separare e dividere, costruendo complicazioni e gesti che si allontanano dalla semplicità che è l’uomo. La comunità religiosa deve uscire e creare strade con tante panchine in cui sedersi e ritrovare il proprio senso. Non conoscevo Barza fino a 7 anni fa. Che peccato. Eppure è una porta verso me stessa per essere per altri che ringrazio di aver trovato aperta.

  11. Grazie Don Domenico per questa bellissima riflessione sull’essere casa, sull’essere famiglia. Da piccolo andavo sempre da mia nonna nel mese di agosto. Una famiglia contadina alla periferia di Padova. Una famiglia semplice umile ed ospitale. Ogni persona che bussava alla porta era sempre un ospite ben gradito col quale condividere il piacere della tavola ed il piacere dello stare insieme in compagnia. Ci si sentiva sempre in famiglia mai ospiti. Sono cresciuto con questo esempio e ancora oggi lo porto nel mio cuore perché non è importate poter dare tanto importante è sentirsi a casa, sentirsi amati con semplicità.

  12. Una Casa, una Famiglia…
    Ho sperimentato che una Casa diventa davvero accogliente quando sa ascoltare, condividere e far sentire ogni persona in famiglia. Credere in Dio significa fidarsi, attraverso la fraternità e l’accoglienza, Lui continua a incontrare e donare speranza. Aprire la porta della nostra Casa significa aprire il cuore a Dio e agli altri, facendo sentire ciascuno parte di una famiglia.

  13. Riflessione davvero illuminante.
    Imparare l’accoglienza nelle Case per portarla poi ovunque: il principio che le persone non ricordano cosa abbiamo fatto per loro ma come le abbiamo fatte sentire vale sempre.

  14. Grazie di cuore per i pensieri, parole di verità e di accoglienza…che aiutano ad illuminare…
    La casa, focolare e nido di affetti, le porte, aperte, spalancate sul mondo,
    Uno sguardo sul mondo ampio, grandangolare, teso a cogliere segnali “in limine”, aperto alla bellezza e ad immaginare una realtà generativa di futuro…una meraviglia…

  15. Casa che Educa: perché attraverso il Catechismo, pratiche religiose di Fede, gruppi d’ascolto, varie attività di aggregazione, contribuisce ad arricchire la Vita, in maniera gioiosa

  16. Dio in Gesu apre le porte della sua casa a tutti. NON SI FERMA SOLO AL TEMPIO, ma vuole insegnare ai suoi discepoli ad essere casa per tutti. In Africa ho vissuto la piu bella esperienza di casa di accoglienza. Con un padre del Pime giravo i villaggi per l’eucarestia, poi si andava dalle famiglie e si mangiava condividendo dallo stesso piatto con le mani il riso e si accoglivano i poveri che condividevano dallo stessa piatto di riso. Quella era casa con porta aperta. Apriamo le porte delle nostre case e gridiamo venie di accolgo, ti ascolto, ti voglio bene, vieni e porta altri.

  17. Concordo nel dire che la vera apertura non consiste anzitutto nel moltiplicare iniziative, ma nel permettere che chi entra possa incontrare persone che vivono il Vangelo. Una casa cristiana diventa davvero casa quando non custodisce soltanto uno spazio, ma custodisce persone; quando non offre soltanto servizi, ma dona tempo, ascolto e fraternità.
    Betania ci ricorda che Gesù non cercava soltanto luoghi dove annunciare il Regno, ma anche luoghi nei quali vivere l’amicizia, la familiarità e la condivisione. È questa semplicità che può rendere ancora oggi una comunità religiosa significativa per il mondo. Allora, direi, non viene chiesto di essere comunità perfette, ma comunità capaci di accogliere. Perché una porta aperta ha valore soltanto quando, oltre quella porta, c’è un cuore disposto a incontrare l’altro.
    E forse questa è la profezia più bella che una casa religiosa possa offrire oggi: far sentire ogni persona non semplicemente ospite, ma fratello.

  18. È un bellissimo articolo che coglie quello che a me è sempre piaciuto delle Case guanelliane: la sensazione di casa e condivido tutta la riflessione.

  19. Grazie per queste occasioni di riflessione. Mi aiutano a fermarmi. Questa interessante riflessione sulla Casa ci ricorda che il suo vero patrimonio non sono i muri, ma le relazioni che si riescono a costruire. La sfida che raccolgo non è quella di fare molte cose, ma di far sentire ogni persona accolta e amata nella “casa” che sono chiamato ad abitare o a gestire: in famiglia, in comunità e, perché no, anche nel luogo di lavoro. Penso che è qui che si costruiscono appartenenza, fraternità e futuro.

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